Le cupole della chiesa di San Lorenzo e della Moschea di Córdoba, misteri di archi e luce

La chiesa di San Lorenzo custodisce una delle cupole più belle di Torino, la più bella, si potrebbe definire, insieme alla "sorella", la cupola della Cappella della Sindone, non a caso dello stesso architetto, Guarino Guarini. Di lei si sa tutto o quasi da un punto di vista statico, sono meno chiare le influenze culturali, che ispirarono il frate teatino: cosa gli ispirò l'idea di una cupola formata da otto archi intersecantisi, a formare una stella a otto punte e un ottagono su cui impostare la lanterna? Le influenze culturali sono una delle parti più interessanti dell'architettura, che non si limita a metterci un tetto sulla testa, ma è prodotto di idee, tradizioni, contaminazioni e racconta anche il modo di vivere e di pensare, i valori di una società.  La cupola della chiesa di San Lorenzo a Torino (sin), la cupola sul mihrab delal Mezquita di  Córdoba (des) entrambe le foto, da Wikipedia Una delle ispirazioni più chiare di San Lorenzo è la cupola della maqsura

Cherasco ricorda l'Armistizio: quando i Savoia cedettero Nizza e Savoia

Qualche tempo fa, una bella mostra al Museo della Montagna, insisteva su come lo Stato sabaudo fosse stato per secoli l'unico Stato trasnazionale sulle Alpi. Difficilmente si pensa a questo, qui in Italia, dove i Savoia entrano nei programmi scolastici solo, praticamente, nel Risorgimento. Eppure il Ducato sabaudo, per secoli Stato cuscinetto tra Francia e Spagna (e poi Austria), è sopravvissuto a occupazioni, eserciti, condottieri, che hanno attraversato le Alpi per scendere in Italia e occupare la Pianura Padana.

L'ultimo è stato Napoleone Bonaparte, che a Torino ha lasciato segni importanti del suo passaggio (il ponte Vittorio Emanuele I, il primo ponte di pietra torinese, la demolizione delle mura cittadine, la demolizione della torre civica, il primo disegno di una piazza tra via Po e il fiume). Durante la Prima Campagna d'Italia, nel 1794, Napoleone sconfisse gli eserciti del Regno di Sardegna e dell'Austria partendo dalla Liguria: conquistò Oneglia, dove c'era una base navale sabauda, quindi il Ponente ligure, mentre, nell'entroterra, si assicurò Ormea e il controllo dei passi dell'Argentera e del Colle di Tenda. Sulla strada per Torino, rimaneva solo Mondovì, che cadde nell'aprile del 1796. A quel punto Vittorio Amedeo III, per impedire una sanguinosa battaglia per la conquista della sua capitale, trattò la resa.

Il 28 aprile 1796 fu firmato l'Armistizio di Cherasco, che stabiliva la cessione alla Francia di Nizza e Alta Savoia e di parte dell'Alessandrino, l'occupazione francese di Ceva, Cuneo e Tortona, la neutralità del Regno di Sardegna e, probabilmente cosa peggiore di tutte, il libero passaggio dei Francesi sul territorio piemontese. Le vicende di quei giorni, si rivivranno a Cherasco (CN) nel prossimo finesettimana, dal 5 al 7 giugno, con ricostruzioni storiche, mercatini e atmosfere settecentesche.

Il 5 giugno saranno ricostruiti gli accampamenti degli eserciti: i Francesi saranno nel giardino del Castello e i Piemontesi lungo i Bastioni; figuranti in costume, soldati e ufficiali a cavallo si muoveranno nel centro storico della cittadina. Il 6 giugno inizierà con un mercatino napoleonico in piazza Mantica e con l'inaugurazione della mostra Le battaglie napoleoniche in miniatura (alle 10 nella Sala del Consiglio Comunale). Il clou sarà alle 15.30, lungo la strada per Narzole, dove ci sarà una ricostruzione della battaglia campale; alle ore 17 sarà letto il documento che stabilisce la tregua tra Piemontesi e Francesi e, in serata, ci saranno animazioni in piazza. Il 7 giugno, alle 10.30, all'Auditorium, sarà presentato il libro Donne in guerra. Mogli, compagne e femmes de plaisir. Alle 11, ci sarà il saluto delle autorità, con parata degli eserciti e, alle 15, di nuovo battaglia, questa volta nel centro storico di Cherasco. Poi, nel pomeriggio, al termine della battaglia, ci sarà l'arrivo di Napoleone e la forma dell'Armistizio.

Figuranti, mercatino, rancio, ricostruzione storica riportano Cherasco alle atmosfere della Rivoluzione Francese esportata con altri mezzi e fanno riflettere, noi piemontesi, su quanto sia stato duro essere stati uno Stato transnazionale e cuscinetto sulle Alpi.