Tre visite al cantiere di restauro della Fontana del Nettuno di Villa della Regina

L'ingresso a Villa della Regina, la residenza sabauda più panoramica di Torino, avviene attraverso un lungo viale, in salita, chiuso dal grandioso Grand Rondeau, al cui centro c'è la Fontana del Nettuno. È affiancata da due monumentali scalinate laterali simmetriche, disposte a tenaglia, mentre lo sguardo è già attirato dalla villa, finalmente a due passi. Le simmetrie scenografiche, l'asse visuale, la meraviglia sono tutti elementi del barocco torinese che trovano espressione in questa residenza. Saranno ancora più leggibili dopo il restauro delle sculture della fontana, che parte in questi giorni e che avviene grazue al lavoro degli studenti del primo anno del settore di specializzazione in Materiali lapidei e derivati; Superfici decorate dell'architettura del Corso di Laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell'Università degli Studi di Torino, in convenzione con la Fondazione Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale&q

Da un giallo torinese irrisolto nacque Diabolik

Un libro, un delitto perfetto e un fumetto. Si potrebbe riassumere così uno dei più famosi delitti irrisolti degli anni '50. E' una fredda serata del febbraio 1958, quando, in via Fontanesi 20, a Torino, il giovane operaio Mario Giliberti viene ucciso con numerose coltellate. Il suo corpo, però, non viene scoperto, così l'assassino si spazientisce e si mette in contatto con la redazione de La Stampa, per rivelare il suo delitto. Non c'erano le reti sociali, non c'era la televisione e l'attenzione dell'opinione pubblica si concentrava sui giornali e le loro scoperte.

Il corpo di Mario viene trovato il giorno dopo la telefonata del suo assassino, il 25 febbraio 1958. E' a letto, coperto malamente da un lenzuolo e da un cappotto, il corpo martoriato da numerose coltellate, inferte con un'arma mai ritrovata. Il panorama è quello di tanti giovani meridionali, saliti a Torino per lavorare alla Fiat e disposti a una dignitosa povertà: il giovane ucciso viveva nel retrobottega di un calzolaio, nei pressi di corso Belgio, quasi all'angolo con corso Tortona, senza lusso alcuno, senza aver mai dato scandalo o creato attenzione su di sé. Chi può averlo ucciso?

Il suo impaziente assassino, visto che la Polizia brancola nel buio, decide di mandare a La Stampa ulteriori indicazioni, con una lettera firmata Diabolich, in cui rivela: "Un tempo eravamo molto amici e portavamo la divisa comune, poi lui mi tradì come un cane. Adesso stava bene e la mia vendetta lo ha raggiunto" Giliberti era stato effettivamente soldato per molto tempo, aveva girato in numerose caserme italiane, cercare il commilitone assassino è un'impresa titanica. Ma la Polizia si concentra su un giovane bergamasco, con il quale sospetta che Mario avesse avuto un rapporto omosessuale. Il problema è che mentre l'accusato è in galera, arrivano altre lettere di Diabolich, così, viste le prove grafologiche negative, la Polizia è costretta a rilasciare l'unica persona mai fermata per l'assassinio.

E poi, quando è chiaro che il misterioso caso difficilmente verrà risolto, Diabolich manda un'ultima lettera: "Il mio delitto non è un gioco da ripetersi". Da allora non si è mai più fatto sentire, non si sa neanche se sia ancora vivo o se, come più probabile, è morto da tempo. Negli ultimi anni questo caso, che appassionò l'opinione pubblica italiana, è tornato alla ribalta, grazie alle moderne tecniche di indagine: sarebbe ancora un delitto irrisolto, grazie agli attuali studi psicologici, alle perizie scientifiche, alle reti sociali? Chi lo sa. E' certo però che Diabolich aveva un grandissimo senso della scena e di se stesso: una firma che era come un brand, che permetteva di riconoscerlo e identificarlo, di trasformarlo in una sorta di enigmatica Primula Rossa, in grado di spaventare e di affascinare l'opinione pubblica, con i suoi interventi criptici e con le sue lettere. Un uomo impaziente, con un'incredibile voglia di comunicare e, probabilmente, di essere catturato. Ma la storia ha consegnato un'ombra misteriosa e inafferrabile, astuta e sorprendente. Il profilo ideale per un eroe del noir.

Nel 1962, ispirate anche da Diabolich, le sorelle Angela e Luciana Giussani crearono Diabolik, ladro spietato e vincente, con un codice morale peculiare, fedele solo alla sua donna, Eva Kant, compagna di vita e di avventure, anche lei fredda, astuta e ambiziosa. Diabolich, invece, pare avesse letto un libro, Uccidevano di notte di Italo Fasan, in cui un serial killer firmava i suoi delitti perfetti con il nome Diabolic. Letteratura e cronaca nera ancora una volta mescolati.