Tre visite al cantiere di restauro della Fontana del Nettuno di Villa della Regina

L'ingresso a Villa della Regina, la residenza sabauda più panoramica di Torino, avviene attraverso un lungo viale, in salita, chiuso dal grandioso Grand Rondeau, al cui centro c'è la Fontana del Nettuno. È affiancata da due monumentali scalinate laterali simmetriche, disposte a tenaglia, mentre lo sguardo è già attirato dalla villa, finalmente a due passi. Le simmetrie scenografiche, l'asse visuale, la meraviglia sono tutti elementi del barocco torinese che trovano espressione in questa residenza. Saranno ancora più leggibili dopo il restauro delle sculture della fontana, che parte in questi giorni e che avviene grazue al lavoro degli studenti del primo anno del settore di specializzazione in Materiali lapidei e derivati; Superfici decorate dell'architettura del Corso di Laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell'Università degli Studi di Torino, in convenzione con la Fondazione Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale&q

Giovanni Virginio, l'uomo che importò le patate in Piemonte

Difficile immaginarsi una dieta senza patate, qui a Torino, a poca distanza dalle valli alpine, in cui le patate sono uno degli ingredienti essenziali di molti piatti. A dir la verità è anche difficile ricordare che la patata è un prodotto americano e che era del tutto sconosciuto a Romani, Longobardi e corti rinascimentali, per ovvie ragioni. Incredibilmente, l'introduzione del tubero in Piemonte non è stata cosa semplice e, anzi, nonostante l'America sia stata scoperta nel 1492 e la sua conquista sia iniziata nel XVII secolo, è solo nel XIX secolo che è entrato nella dieta piemontese. Perché?

La patata è stata a lungo oggetto di un pregiudizio religioso: nasceva sotto terra, per cui era più facile considerarla frutto del diavolo che di Dio; c'era anche chi lo considerava velenoso e chi vedeva una certa relazione tra il consumo delle foglie delle sue piante e la stregoneria. Così, mentre nel resto d'Europa la sua coltivazione si diffondeva e mentre in molti Paesi divenne ingrediente principale delle diete dei più poveri, dato il suo alto valore nutritivo (come dimenticare l'importanza della patata nell'Irlanda delle carestie o nella Germania più povera?), in Piemonte si faticava a considerarla un prodotto da mensa quotidiana.

Alla fine del XVIII secolo, le truppe napoleoniche portarono con sé anche le patate e i piemontesi non se ne innamorarono. Se ne interessò, però, il cuneese Giovanni Vincenzo Virgilio, studi in legge e una grande passione per l'agronomia. Nato nel 1752 da famiglia agiata, fu il primo a dedicarsi allo studio del tubero e a decidere che un frutto della terra dotato di tante proprietà nutritive non poteva passare inosservato sulle mense sabaude: la sua coltivazione si adattava a tutti i terreni, la sua crescita era rapida, le sue proprietà nutritive la rendevano efficace quanto il grano. Iniziò a coltivare patate in un piccolo campo di sua proprietà, investì la dote della moglie Maria Maddalena, figlia di un mercante di tessuti, nei suoi studi e raccontò i risultati delle sue ricerche nel Trattato della coltivazione delle patate o sia pomi di terra volgarmente detti tartiffle, pubblicato nel 1795.

Appassionato studioso, iniziò a girare per i più importanti mercati del Regno, per distribuire i semi delle patate e per vincere i pregiudizi contro il tubero che cresceva sottoterra e che si considerava diabolico o velenoso. Alle madamine che frequentavano i mercati consigliava ricette per cucinarle, alle dame della buona società regalava scatole preziose contenenti le sue patate. Insomma, non lasciò niente di intentato per diffondere la coltivazione e il consumo delle patate in Piemonte. E riuscì nel suo intento, ma vi lasciò la sua fortuna economica e mise in pericolo il suo matrimonio. Per sopravvivere fu costretto a trasferirsi a Zara, in Dalmazia, per insegnare Scienze Naturali in un liceo. Sarebbe tornato a Torino nel 1812, dove, prima Napoleone e poi i Savoia gli concessero una pensione. Negli ultimi anni, morta anche la moglie, visse in solitudine, nell'Ospedale Mauriziano, dove morì nel 1830, solo e senza riconoscimenti per il suo strenuo lavoro e per la sua imperitura passione.

Per ricordarlo, Torino gli ha dedicato una via del centro storico, una traversa di via Verdi.


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