Incontri da non perdere, al Festival del Classico

Libertà e Schiavitù è il tema del Festival del Classico, a Torino dal 2 al 5 dicembre 2021, al Circolo dei Lettori, in via Bogino 9, e in diverse altre sedi sparse per la città. Alla sua quarta edizione, la manifestazione, che usa il pensiero degli antichi per analizzare i fenomeni del presente, offrirà oltre 40 incontri "tra lezioni magistrali, letture, dialoghi, dispute dialettiche e seminari, per riflettere su antiche e nuove disuguaglianze, per mettere a confronto le libertà degli antichi e dei moderni, per dare voce ai classici" anticipa il comunicato stampa. Consideriamo la schiavitù una realtà del mondo antico, quando gli sconfitti diventavano schiavi dei vincitori, quando i padroni avevano potere di vita e di morte sui propri schiavi, avendo il potere di venderli al miglior offerente o di regalare loro la libertà. "La schiavitù nel mondo occidentale è sempre esistita? È ancora presente, al giorno d'oggi, sotto nuove forme? Qual è il risultato della globalizz

Com'era piazza Castello nel Seicento

Una delle piazze torinesi che hanno subito maggiori trasformazioni, e chissà se l'attuale è quella definitiva, è piazza Castello, la piazza più importante della città. Il cuore politico di Torino da secoli: vi si affacciano Palazzo Reale e Palazzo Madama, residenze dei sovrani sabaudi, e, un tempo, le Regie Segreterie di Stato, che amministravano il Paese; attualmente al posto delle Segreterie c'è la Prefettura e, nel Palazzo all'angolo con via Garibaldi e via Palazzo di Città, ha sede la Giunta Regionale. Sembra strano che proprio questa piazza non abbia trovato quella sistemazione che sostanzialmente ha sempre avuto piazza San Carlo (con o senza traffico, ha sempre mantenuto l'aspetto immaginato da Carlo di Castellamonte), l'unica in grado di rivaleggiare con lei per affetto dei torinesi e per importanza.

piazza Castello piazza Castello

Attualmente la piazza presenta al suo centro, Palazzo Madama, isolato dagli edifici che lo circondano. Ma non è sempre stato così. Palazzo Madama, come ho già scritto varie volte su Rotta su Torino, è una sintesi millenaria della storia di Torino: al suo interno ci sono la porta romana che guardava al Po, la fortezza medievale degli Acaja, la residenza prediletta delle due Madame Reali (di qui il suo nome), che governarono nel nome dei figli; ed è stata proprio l'ultima Madama Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours a volere la facciata barocca firmata da Filippo Juvarra, che ha dato l'aspetto definitivo al Palazzo.

Ci sono diversi quadri e incisioni che raccontano l'evoluzione della piazza nei secoli e di quanto sia irriconoscibile per noi quella che fu nei secoli della monarchia assoluta. Uno di questi, un'acquaforte di Tasnière su disegno di Cortella e Recchi, è stato recentemente pubblicato dall'Archivio di Stato di Torino su Twitter. Rievoca il solenne funerale di Carlo Emanuele II, marito di Maria Giovanna Battista, e permette di leggere una piazza Castello molto diversa dall'attuale. Un alto muro la divideva da piazzetta Reale, rendendo più lontana (in senso fisico e metaforico) la residenza dei Duchi di Savoia. Palazzo Madama era parte integrante degli edifici del potere, unito a Palazzo Reale da una manica andata perduta in età napoleonica, in una delle tante demolizioni che caratterizzarono il dominio francese; eppure doveva essere davvero affascinante, una sorta di passeggiata coperta trasformata in Pinacoteca, con i tesori raccolti dai Savoia grazie alla loro passione collezionistica.

Nell'immagine di Trasnière, Palazzo Madama si distingue dall'architettura omogenea che lo circonda grazie alle lesene giganti che scandiscono la sua facciata (e che sono state riprese da Juvarra nel suo fastoso disegno barocco); al piano terra si notano ancora le fortificazioni e il ponte levatoio, poi demolito con il rifacimento juvarriano e la trasformazione dell'edificio in residenza reale. È già leggibile la scelta dell'architettura omogenea per definire l'identità della piazza, una scelta mai tradita nei secoli successivi, neanche dopo le distruzioni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, tutto il resto è testimonianza di una Torino perduta, che a volte è peccato non aver visto (anche se chissà se ci sarebbe piaciuta come quella in cui viviamo).


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