TorineSÌ: Salvo Anzaldi, il mio sì di emofilico alla Maratona di New York

Salvo Anzaldi, nato a Rivoli (TO), 50 anni,
giornalista e autore del libro Nato per non correre (CasaSirio Editore)
La foto è di Stefano Rogliatti

Sì allo sviluppo, al futuro, agli orizzonti da scoprire; No allo sconosciuto, all'incertezza, alla novità. Se n'è parlato tanto in questi mesi e, guardando le piazze e ascoltando i discorsi, mi è venuto in mente un magico verso di Dante Alighieri, che ha definito l'Italia il Bel Paese dove il sì suona. Mi è sempre piaciuta l'idea di una terra allora divisa in tanti Stati, rivalità e avversioni e unificata dal suo monosillabo più ottimistico, agli albori del volgare. Così è nata l'idea di questa sezione, TorineSÌ, per scoprire quando i torinesi dicono sì, uscendo dalle loro zone comfort, e con quali forze ed energie accettano le sfide di quei sì. Le domande sono uguali per tutti gli intervistati e grazie a tutti i torinesi, nati qui o arrivati per scelta, per le loro risposte.

- Pensa che sia più facile dire sì o no?
È più facile dire no. Ma è più bello dire sì, perché significa darsi la possibilità di cambiare e, talvolta, di non rimanere prigionieri di situazioni o persone. Il "no" rappresenta spesso la scelta di non scegliere, di non uscire dal guscio: zero rischi, se non quello di nascondere la testa nel terreno e perdersi tutto ciò che accade intorno. Il "sì" apre le porte alle novità implicando la gestione di una serie di incombenze e di emozioni importanti: può costare fatica, ma può sempre rappresentare una piccola grande rinascita.

- Il sì più folle, quello che ha detto senza pensarci, e quello più faticoso?
Il più folle coincide sicuramente con quello più faticoso, almeno da un punto di vista fisico. "Te la senti di allenarti per la Maratona di New York del prossimo anno?" mi chiese nell'autunno del 2014 la mia fisioterapista, Eleonora Forneris. Mai avevo corso in vita mia, da quasi dieci anni portavo una protesi di titanio al ginocchio destro e, infine, la mia patologia congenita mi aveva sempre impedito di svolgere una qualsivoglia attività sportiva di carattere agonistico. Se hai 50 anni e una malattia come l'emofilia e rispondi "sì" a quella domanda, un po' folle lo sei di sicuro. Quel giorno risposi che ci avrei pensato un po' prima di accettare, ma dentro di me sapevo benissimo da subito che sarebbe stato un grandissimo sì.

- C'è un sì di cui si sente orgoglioso e uno che, ripensandoci, non direbbe? Quali sono?
In ambito lavorativo ho sempre risposto "sì" a ogni nuova possibilità, di questo vado molto orgoglioso. Anche perché in alcune situazioni avrei potuto serenamente adagiarmi sulla mia posizione precedente e attendere di capitalizzare quanto fatto fino ad allora. Invece ho cambiato con frequenza: testata, città, mansione e ambito lavorativo. Per la legge dei grandi numeri, questa attitudine al cambiamento doveva però fregarmi almeno una volta: è successo proprio a Torino qualche anno fa e ancora adesso mi dico che non avrei dovuto accettare quell'incarico: è durato pochi mesi, ma per quanto breve un incubo rimane sempre tale.

- Ha mai identificato in cosa consista la sua zona comfort? Cosa ha implicato uscirne, le volte che l'ha fatto?
La mia vita è un'evasione continua da quella che dovrebbe essere la mia zona di comfort. Per un emofilico nato cinquant'anni fa, sopravvissuto a un'infanzia fatta di cure inesistenti e a un'adolescenza trascorsa con la roulette russa degli emoderivati infetti, l'esistenza che ne consegue dovrebbe obbedire a una sola parola: tranquillità. Per me non è stato così, né oggi né ieri. Da bambino ero l'emofilico tipico che viaggiava con un avverbio di negazione tatuato sulla fronte: non correre, non saltare, non muoverti. Non farti male. Io a quel destino mi sono ribellato con l'attitudine alla disobbedienza caratteristica dei bambini, parecchia buona sorte e la fondamentale complicità della mia famiglia. Ho fatto molto di più di quanto la mia condizione fisica mi permettesse: allora come oggi, uscire dalla mia zona di comfort è stato ed è meraviglioso.

- Ci sono dei sì detti da Torino, durante la sua storia, di cui si sente orgoglioso e in cui si riconosce?
Torino è la città del sì, quella dalla quale sono partite idee e azioni che si sono poi riverberate dappertutto. Trattandosi di Torino non può che essere un "sì, ma senza esagerare", un sì pronunciato con pudore, quasi a dire "siamo stati noi, ma non facciamolo sapere troppo in giro". Eppure, dietro al processo di trasformazione che la città sta vivendo dopo la rinuncia forzata allo status di "factory town", ci sono stati "sì" molto importanti e coraggiosi, pronunciati talvolta a scapito di tornaconti immediati. Mi piacerebbe che Torino tornasse a pronunciare quei "sì" con coraggio e lo dico senza farne una questione di colore politico. Ecco, in tema di colori, il riconoscimento dei diritti delle cosiddette "famiglie arcobaleno" mi ha fatto sentire molto orgoglioso della mia città.


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