TorineSÌ: Luca Ferrua, il sì a quel viaggio che mi ha cambiato la vita

Luca Ferrua, nato a Mondovì (CN), 51 anni, laureato in Filosofia,
caporedattore Cronaca di Torino de La Stampa


Sì allo sviluppo, al futuro, agli orizzonti da scoprire; No allo sconosciuto, all'incertezza, alla novità. Se n'è parlato tanto in questi mesi e, guardando le piazze e ascoltando i discorsi, mi è venuto in mente un magico verso di Dante Alighieri, che ha definito l'Italia il Bel Paese dove il sì suona. Mi è sempre piaciuta l'idea di una terra allora divisa in tanti Stati, rivalità e avversioni e unificata dal suo monosillabo più ottimistico, agli albori del volgare. Così è nata l'idea di questa sezione TorineSÌ, per scoprire quando i torinesi dicono sì, uscendo dalle loro zone comfort, e quali forze ed energie trovano per accettare le sfide dei loro sì. Le domande sono uguali per tutti gli intervistati e grazie a tutti i torinesi, nati qui o arrivati per scelta, per le loro risposte.

- Pensa che sia più facile dire sì o no?
Senza dubbio dire di sì, perché alla fine aprirsi a qualcosa è una crescita. E il sì rientra anche nello strano DNA di questa città, siamo bravi a criticare Torino dicendo che qui si risponde "abbiamo sempre fatto così". Ma poi, nella sostanza, è una città che dice sì e si apre alle sfide.

- Il sì più folle, quello che ha detto senza pensarci, e quello più faticoso?
Domanda complicata, che rientra nella sfera personale di una persona che ha due matrimoni alle spalle, vissuti con lo spirito di quel sì, con grande entusiasmo, anche un po' folle. Il sì che mi è costato più fatica è quello che ho detto a Maurizio Molinari, il direttore de La Stampa, per diventare il Caporedattore della Cronaca di Torino. Può sembrare assurdo, ma nel momento in cui si arriva alla conclusione di un progetto in cui si sono messe tante energie e ci si trova nella condizione di realizzarlo, è un sì faticoso perché modifica radicalmente il punto di vista. È un sì che mi è costato un secondo di riflessione, sia chiaro, ma al tempo stesso è stato una ripartenza da zero. Ma vera, anche perché le dinamiche che si mettono in moto sono completamente diverse: sei te stesso e, allo stesso tempo, parte del progetto di qualcun altro; cambiano anche le dinamiche delle persone con cui lavori, passi da compagno di avventure a capo, il che implica modifiche non secondarie.

- C'è un sì di cui si sente orgoglioso e uno che, ripensandoci, non direbbe? Quali sono?
Sono orgoglioso di un sì che mi ha poi spinto a dire un no. 25 anni fa, lavoravo già come freelance e stavo per avere il primo contratto con La Stampa; mi venne offerto un lavoro importante nella mia provincia, con tutte le sicurezze del caso, tredicesima, ferie. Ero davvero molto incerto perché arrivo da una famiglia umile, che ha dovuto lottare molto e per la quale il posto fisso, con la conseguente stabilità economica, era un punto d'arrivo importantissimo. Mentre mi dibattevo nel dubbio, mio nonno mi chiese di accompagnarlo in auto da suo fratello, a Roma. L'idea di questi giorni di pausa, proprio mentre dovevo decidere, mi pesava un po', ma poi ho accettato. Questo viaggio, che non ho mai capito se mio nonno abbia voluto apposta o del tutto casualmente, mi ha cambiato la vita, perché mi ha aiutato a capire quale scelta dovessi fare. È stato ascoltare i suoi racconti, il rammarico per le cose semplici che avrebbe voluto fare e non aveva potuto, per capire che dovevo dire no e che dovevo continuare a lavorare come giornalista e crederci.
Il sì che non ridirei in realtà non ha avuto conseguenze. Alcuni anni fa sono stato sul punto di passare a un altro giornale, avevo anche firmato il contratto, era un momento di rabbia e di cambiamento, nel lavoro stavano succedendo cose che non condividevo per cui avevo deciso di andarmene. Poi alcune cose della mia vita personale mi costrinsero a rallentare il passo e, giusto in quel momento, arrivò una controproposta e scelsi di rimanere a La Stampa. Quel sì, che ho detto per rabbia, senza pensare troppo alla mia storia e a me stesso, oggi non lo ridirei.

- Ha mai identificato in cosa consista la sua zona comfort? Cosa ha implicato uscirne, le volte che l'ha fatto?
La mia zona comfort è il giornale, è il posto in cui mi sento al sicuro, perché ho il controllo di quello che succede e so che l'emergenza che può capitare è un'opportunità lavorativa. Quando ne esco, succedono due cose diverse. Dal punto di vista professionale, le novità, che da noi sono essenzialmente le nuove tecnologie, ci spingono a metterci nelle mani di chi ha la metà dei nostri anni e ci spiega come si lavora online e sui social ed è una sfida bella e positiva. Più complicata, per chi ha una zona comfort come la mia, che ti trasforma facilmente in un orso, è l'uscita per parlare di sentimenti e affrontare tutto quello che c'è di umano intorno a te. È più difficile, perché bisogna togliersi di dosso la corazza naturale che il giornale ti spinge a mettere, ma alla fine vale sempre la pena.

- Ci sono dei sì detti da Torino, durante la sua storia, di cui si sente orgoglioso e in cui si riconosce?
I sì di Torino che amo non sono identificabili in momenti storici, sono tendenze, più che altro. Il primo, che ritengo molto importante, perché ha segnato anche la Torino di oggi, è il sì detto ai grandi santi sociali. Se pensiamo a don Bosco e alla Torino di  allora, progenitrice di quella che non affitta ai meridionali, e che invece si trasforma e accoglie un uomo come lui, è stato un sì straordinario, arrivato a coinvolgere tutta la città e oggi ripetuto quotidianamente in un posto come il SERMIG. Un altro sì che Torino ha detto in realtà è un no, quello della marcia dei 40mila; un no al mondo che si stava creando, ma un sì al lavoro e ad andare avanti. Se devo generalizzare, i sì di Torino che amo di più sono quelli detti per andare avanti. Per esempio, anche oggi che Torino vive un momento strano, guardate con quale entusiasmo segue l'innovazione. Alla Tech Week del Politecnico, c'erano centinaia di persone ad ascoltare le conferenze di scienziati e Premi Nobel. Questa voglia di guardare avanti e di non fermarsi, che è nel DNA di Torino, trovo sia un sì straordinario.


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