TorineSÌ: Cristina Muzzarelli, il sì del Pastificio Bolognese al Giubileo 2000


Cristina Muzzarelli, nata a Bologna, 53 anni, laureata in Economia
proprietaria di Pastificio Bolognese, con Laura ed Elena Muzzarelli


Sì allo sviluppo, al futuro, agli orizzonti da scoprire; No allo sconosciuto, all'incertezza, alla novità. Se n'è parlato tanto in questi mesi e, guardando le piazze e ascoltando i discorsi, mi è venuto in mente un magico verso di Dante Alighieri, che ha definito l'Italia il Bel Paese dove il sì suona. Mi è sempre piaciuta l'idea di una terra allora divisa in tanti Stati, rivalità e avversioni e unificata dal suo monosillabo più ottimistico, agli albori del volgare. Così è nata l'idea di questa sezione TorineSÌ, per scoprire quando i torinesi dicono sì, uscendo dalle loro zone comfort, e quali forze ed energie trovano per accettare le sfide dei loro sì. Le domande sono uguali per tutti gli intervistati e grazie a tutti i torinesi, nati qui o arrivati per scelta, per le loro risposte.

- Pensa che sia più facile dire sì o no?
Parlo come imprenditrice di un ramo particolare, quello della pasta fresca, uno dei settori caratterizzanti del Made in Italy: penso che dire sì alle sfide sia bello e importante per un imprenditore, per crescere e migliorare il proprio business, ma ritengo che sia doveroso anche dire dei no, per difendere la propria coerenza e, nel nostro caso, il patrimonio culturale di cui siamo espressione. Per esempio, l'orecchietta tricolore anche no, perché l'orecchietta dev'essere fatta con determinati ingredienti e in un determinato modo, altrimenti non è più orecchietta. E anche i tortellini con il ripieno di pesce, che una volta ci sono stati chiesti, noi non li facciamo, perché c'è una tradizione che sentiamo di dover tutelare.

- Il sì più folle, quello che ha detto senza pensarci, e quello più faticoso?
La mia famiglia è emiliana e penso che per questo i sì folli facciano un po' parte di me e della nostra azienda. Sì folli, detti per entusiasmo e passione, ce ne sono tanti, cito quello che abbiamo detto vent'anni fa, alla Città del Vaticano, che per la cena d'apertura del Giubileo del 2000 ci ha chiesto un prodotto con forma e ripieno particolari, creato per loro. Lo abbiamo realizzato con tanto entusiasmo, tanto orgoglio, tanta emozione, anche con un po' di timore. È stato poi un bel successo: c'era Giovanni Paolo II e da allora, tutte le volte che andava in vacanza in Valle d'Aosta, gli mandavamo su la pasta fresca. Non ci sono sì faticosi, non mi appartengono: sì un po' folli sì, ma faticosi no, mai.

- C'è un sì di cui si sente orgogliosa e uno che, ripensandoci, non direbbe? Quali sono?
Il sì di cui sono molto orgogliosa è quello detto a mio padre, quando mi ha chiesto di affiancarlo in azienda. È stato come la chiusura di un cerchio, perché speravo che me lo chiedesse. Sono la primogenita, ho iniziato ad affiancare mio padre durante l'università, mentre davo gli esami, viaggiavo e vivevo la mia gioventù. Poi dopo la laurea, con i figli già un po' cresciuti e gli anni trascorsi in azienda, mio padre mi ha fatto questa proposta e ho detto di sì, molto orgogliosa. Pochi anni dopo, sono arrivate anche le mie sorelle, Laura, che conduce con me l'azienda, ed Elena, che è fotografa e lavora dall'esterno per noi.
I sì che non direi di più sono quelli detti a chi ha approfittato della nostra disponibilità e poi ci ha deluso.

- Ha mai identificato in cosa consista la sua zona comfort? Cosa ha implicato uscirne, le volte che l'ha fatto?
La mia zona comfort, in cui io sono felice, serena e meravigliosamente soddisfatta, è la mia famiglia, ovvero mio marito e i miei figli e, allargando il campo, mio papà, le mie sorelle, i nipoti; io sono un po' chi organizza le riunioni familiari, i pranzi, i compleanni. Se parliamo invece da un punto di vista professionale, non c'è momento più di questo che mi abbia fatto capire quale fosse la zona comfort. La nostra azienda trasforma le materie prime in prodotto finito, che distribuisce nei punti ristorativi e non; quindi per adempiere ai nostri obblighi su igiene, sicurezza e normative, abbiamo una sequenzialità di cose da fare che si ripetono in modo regolare: l'arrivo delle carni, delle farine, le cotture, avvengono tutte in giorni, tempi e modi stabiliti e organizzati. Il coronavirus ha sconvolto questa quotidianità, l'80% del nostro lavoro è andato in fumo, considerando che i ristoranti e i locali che riforniamo sono chiusi. Saltata la zona comfort, abbiamo dovuto reinventarci e abbiamo lanciato il servizio gratuito a domicilio, affinché i nostri clienti possano continuare a mangiare la pasta fresca (tutte le info per le prenotazioni sono qui). Abbiamo avvertito forte la responsabilità nei confronti dei nostri venti dipendenti e devo dire che loro sono stati meravigliosi: hanno accettato la cassa integrazione, le ferie, si sono addirittura autoridotti il numero di ore lavorate per non gravare in modo eccessivo sul bilancio. Un'uscita dalla zona comfort che mi sta insegnando tanto, sulla capacità di reinventarsi e di prendere in mano quello che rimane. È un'esperienza che mi sta facendo pensare molto ai miei nonni, che, con le dovute distanze, hanno dovuto reinventarsi dopo la guerra, mettendo in piedi l'azienda che adesso guidiamo io e le mie sorelle.

- Ci sono dei sì detti da Torino, durante la sua storia, di cui si sente orgoglioso e in cui si riconosce?
Il sì alle Olimpiadi, senza dubbio! Grande! È stata una scommessa, che si è trasformata in un grande successo, ci identifica totalmente. Un altro sì che sento vicino a me è quello alla riqualificazione dei quartieri, penso a San Salvario, cos'era e cosa è diventato, o piazza Emanuele Filiberto, come è stata riqualificata e come è diventata. La capacità di integrare nuove culture e progetti imprenditoriali nuovi e di fare di tutto questo una cosa bella e divertente. Noi torinesi siamo solidi, se diciamo una cosa, la facciamo, non parliamo a caso; da qualche anno le cose sono diventate più complicate, diciamo che non abbiamo un'Amministrazione che aiuta chi dice sì.


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