La Manica della Fondazione Collegio Universitario Einaudi, colorato e accogliente

Un edificio degli anni '50, in corso Lione, trasformato in La Manica, un collegio universitario da 41 posti, a pochi passi dal Politecnico e a poca distanza dalle fermate dei bus che conducono verso le diversi sedi universitarie sparse in città. È la bella operazione appena completata dalla Fondazione Collegio Universitario Einaudi, che, spiega nel comunicato stampa, "è impegnata nel rinnovamento di tutte e cinque le proprie residenze e nel recupero di immobili di proprietà fino ad oggi adibiti ad altri usi, con l'obiettivo da una parte di adeguarle a esigenze e standard della vita contemporanea, dall'altra di ampliare il numero di posti di studio e contribuire così all'aumento di questo tipo di offerta da parte del Sistema Universitario Torinese". La ristrutturazione de La Manica è piuttosto interessante perché garantisce ai 41 studenti non solo spazi privati dotati di tutti i comfort, manche ampi luoghi di socializzazione. Realizzata su progetto di DAR

Quell'incontro a Nizza, tra il pirata ottomano e i Duchi di Savoia

Sempre in equilibrio precario per garantirsi l'indipendenza dalle potenze europee, interessate a quel prezioso corridoio rappresentato dalle sue valli, tra la Francia e l'Italia, il Ducato di Savoia non aveva tempo per trasformarsi in potenza marinara. Neanche l'arrivo dello sbocco sul mare, con Nizza, nel XIV secolo, cambiò le priorità: nessun interesse a diventare concorrenti di Genova e Venezia, allora regine del Mediterraneo sulle rotte commerciali, l'instabilità politica di quei tempi inquieti non lo permetteva.

Uluc Ali Margherita di Savoia

A cambiare le carte in tavola, ancora una volta, il Duca Emanuele Filiberto, il più visionario e il più sottovalutato dei sovrani sabaudi, principe del Rinascimento che meriterebbe maggiori studi e maggiore presenza sui libri di scuola. Dopo aver spostato gli interessi della propria dinastia in Italia, trasferendo la capitale e i beni dei Savoia a Torino (Sacra Sindone compresa), dopo aver iniziato il risanamento dei conti dello Stato e la razionalizzazione dell'economia disastrata dalle numerose guerre che Francia e Spagna si facevano usando il territorio del Ducato, dopo aver intrapreso la fortificazione della sua capitale, con la Cittadella più complessa e più straordinaria che si fosse vista a quei tempi, Emanuele Filiberto volse lo sguardo al mare. Non per mettersi in competizione con le potenze marinare dell'epoca, ma per far sapere che il Ducato di Savoia c'era, aveva un proprio porto e intendeva avere la propria parte sulle rotte del Mediterraneo. Fu per questo che il Duca decise di rispondere all'appello del Papa e partecipò alla più importante battaglia del Cinquecento, quella di Lepanto, che vide le potenze cristiane dispiegare le proprie forze contro l'allora arrembante Impero Ottomano, pronto a portare l'Europa sotto la Mezzaluna, dopo essersi impadronito di Costantinopoli, poco più di un secolo prima. Era il 7 ottobre 1571 e tra le navi che sbaragliarono la flotta ottomana c'erano anche le tre piccole galere del Duca di Savoia, guidate dall'ammiraglio Andrea Provana di Leinì.

Per gli Ottomani fu una sconfitta storica, che fermò le pretese di conquista dell'Occidente e di controllo del Mar Mediterraneo; l'unico comandante sopravvissuto in quel disastro immane, fu Uluč Alì. Ed è qui che si chiude il cerchio. Emanuele Filiberto e Uluč Alì, terrore dei mari e delle coste italiane per le sue incursioni alla ricerca di bottino e di schiavi, si erano infatti incontrati una decina di anni prima, nel 1560, a Nizza, quando il principe sabaudo, già appassionato di mare, aveva deciso di arrivare nei possedimenti piemontesi recuperati dopo il Trattato di Cateau-Cambrésis non dalle valli alpine, ma, per l'appunto, via mare. All'epoca, Uluč Alì, che le cronache italiane chiamavano Occhialì, storpiando il suo nome turco, batteva il mar Tirreno. Furono le sue spie ad avvertirlo che nella rada di Villafranca, senza alcuna scorta, c'erano il giovane Duca di Savoia, perciò decise di dirigersi verso le coste nizzarde.

Quando Emanuele Filiberto vide arrivare le navi corsare, capì che sarebbe stato inutile ogni combattimento, essendo impari le forze in campo, perciò decise di negoziare il proprio riscatto. Uluč Alì era un pirata di origini calabresi, un cristiano rapito dai corsari, venduto come schiavo, che aveva a lungo rifiutato la conversione all'Islam, accettata solo dopo aver realizzato che, avendo ucciso un marinaio, avrebbe evitato la pena di morte (per i musulmani che uccidevano cristiani non c'erano condanne). Recuperata la libertà, divenne in poco tempo uno dei più audaci corsari al servizio del Sultano di Costantinopoli, con una storia d'avventuriero crudele e a volte galante che potete leggere nel libro Il grande ammiraglio, a lui dedicato da Enzo Ciconte. Il suo prestigio a Corte era tale che, tornato nella capitale dopo la storica sconfitta di Lepanto fu trattato come un eroe e ricevette numerosi riconoscimenti, morendo poi, anni dopo, nel proprio palazzo e in ricchezza.

L'incontro con Emanuele Filiberto si risolse con il pagamento del riscatto da parte del Duca e con una richiesta che non si sa quanto reale e quanto leggendaria. Ma le leggende sono belle e si riportano ugualmente, avvertendo che potrebbero essere semplicemente tali. Il pirata ottomano pretese di poter salutare la Duchessa Margherita, la moglie di Emanuele Filiberto, sorella di re Enrico II d Francia. La richiesta mise in imbarazzo il Duca e il suo seguito: perché il corsaro voleva incontrare la Duchessa? Quali pericoli poteva rappresentare o, allo stesso tempo, a quale umiliazione voleva sottoporla? Era giusto mettere Margherita in una situazione così imbarazzante? A risolvere la situazione, racconta Ciconte nel suo libro, intervenne una dama di compagnia della Duchessa, "la contessa Maria de Gondi, moglie di Claudio di Savoia, parente di Emanuele Filiberto – la quale propose uno scambio di donne. Sarebbe stata lei, nei panni della duchessa, a incontrare Occhialì. E così fu. In mezzo a un corteo sfarzoso, circondato da uomini armati di archibugi e da un gran numero di rais, Occhialì incontrò in una sala del forte una donna che pensava fosse la duchessa; la quale, raccontano alcuni – ma che il fatto sia vero non è certo –, dietro una tenda guardò l'incontro un po' incuriosita, ma anche un po' lusingata da quella bizzarra richiesta che proveniva da un uomo già famoso per le sue imprese e per la sua indubbia audacia".

Tutto l'incontro è avvolto nella leggenda, ma se davvero ha avuto luogo, pare che Uluč Alì, mai abbia saputo di non aver incontrato la nuova Duchessa di Savoia, anche se proprio quell'incontro mancato gli ha poi lasciato fama di pirata galante.


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