Vendemmia a Torino e Portici Divini: un autunno di eventi, tour e degustazioni con il vino

Vendemmia a Torino - Grapes in Town e Portici Divini ripetono la loro collaborazione anche nel 2021 e dal 22 ottobre al 7 novembre offrono a Torino un calendario di eventi con il vino e la sua cultura come protagonisti, online e in presenza. Vendemmia a Torino - Grapes in Town propone dirette in streaming, webinar e conversazioni dal suo nuovo sito, www.grapesintown.it , sull'app Grapes in Town (disponibile gratuitamente su Google Play e Apple Store) e sui suoi canali social. In presenza, ci sono la masterclass condotta da Lamberto Vallarino Gancia, wine expert, a Villa Sassi, le visite in cantina in occasione di Cantine Aperte in Vendemmia, la masterclass di fotografia della vigna urbana di Alba, la W ine Tasting Experience: turismo e sostenibilità a Villa Balbiano, a Chieri, e la masterclass delle Wine Angels. Belle anche le visite organizzate con Somewhere Tour &Events e con Promotur Viaggi, le trovate tutte, con tutte le info di costi e per le prenotazioni, sul sito di

A Ivrea, medievale e visionaria, dai siti Olivetti al Castello sulla collina

A circa 40 minuti d'auto, e poco più di treno, da Torino, Ivrea è considerata il capoluogo del Canavese. Del resto è quasi al centro del territorio, tra la pianura e le prime ondulazioni prealpine, strategicamente sistemata all'imbocco della Valle d'Aosta. Le sue origini sono romane, ma il suo aspetto oggi è sostanzialmente medievale, in un centro storico che, superata la Dora, di uno squillante verde intenso, si inerpica sulla collina, fino al grandioso castello dalle tre torri (la quarta è stata distrutta da un'esplosione) e alla Cattedrale (potere temporale e religioso sempre affiancati, nelle città medievali!).

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La cittadina è meta preziosa in questi fine settimana di ottobre, con le atmosfere dorate dell'autunno sul paesaggio e i tepori che rendono piacevole la passeggiata lungo la Dora e la ricerca degli scorci più suggestivi. Ci sono stata lo scorso sabato, il primo di ottobre, grazie a #aroundIvrea, una giornata organizzata su iniziativa dello chef Marco Rossi del ristorante La Mugnaia e di Irene Prandi, che hanno coinvolto l'ASCOM e sei blogger, compresa la sottoscritta. Arrivare dalla stazione alla pasticceria Balla, dove avevamo l'appuntamento d'incontro per colazione, è una bella e gradevole passeggiata di circa 15 minuti, la maggior parte dei quali lungo la Dora, che ha riflessi color smeraldo davvero sorprendenti e che a un certo punto viene incanalata in un canale progettato da Leonardo da Vinci (i disegni sono conservati nel Codice Atlantico). La pasticceria Balla è la più amata di Ivrea: la sua Torta Novecento è il dolce del Canavese che vanta più tentativi di imitazione; merita la sua fama ed è un ottimo modo per iniziare la giornata a Ivrea.

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Poi, dopo la ricca colazione, si possono prendere due direzioni: verso l'universo Olivetti o verso il centro storico. Siamo andati verso il primo, Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'UNESCO dal 2018. L'area Olivetti è diffusa ed è il manifesto del capitalismo dal volto umano che sarebbe stato possibile nel Novecento, se gli imprenditori fossero stati capaci di mettere il profitto sullo stesso piano della responsabilità sociale verso il proprio territorio. Per qualche decennio Ivrea è stata fortunata, base di due capitani d'impresa come Camillo Olivetti e suo figlio Adriano. Il primo ha introdotto in Italia le macchine da scrivere e il secondo, proseguendo sulla direzione tracciata dal padre e investendo in ricerca e studio, ha prodotto i primi computer; entrambi hanno sempre curato, oltre al profitto della loro Olivetti, anche il benessere dei loro dipendenti, facendo costruire uffici, abitazioni, servizi sociali che garantissero una vita piacevole e dignitosa.

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Ci sono tre punti che danno un'idea di quanto gli Olivetti, padre e figlio, siano stati all'avanguardia. Il primo è la "fabbrica di mattoni rossi" costruita da Camillo, tornato dagli Stati Uniti, per produrre le prime macchine da scrivere: in realtà l'edificio non era "in mattoni", ma è stato uno dei primi in Italia a essere costruito in cemento armato (lo realizzò l'ingegner Porcheddu, poi ingegnere dello stabilimento del Lingotto per la FIAT, che fu compagno di università dello stesso Camillo); l'intuizione per la direzione da dare al futuro sin dalla costruzione della prima fabbrica. I successivi ampliamenti, sempre con criteri all'avanguardia per il periodo in cui furono costruiti, furono voluti da suo figlio Adriano, che dotò le sue costruzioni di ampie vetrate, affinché i dipendenti potessero godere di luce e bellezza del paesaggio.

Di fronte agli stabilimenti, l'edificio dell'Esagono accoglieva sale per i servizi sanitari (da qui partirono le grandi campagne vaccinali contro la poliomelite che la Olivetti garantì ai figli dei suoi dipendenti) e per i servizi culturali, con biblioteca e sale d'incontro. Da una parte della strada il lavoro, dall'altra la salute e la cultura. Nell'Esagono c'è una targa di marmo che riporta le parole di Adriano Olivetti all'inaugurare questi nuovi spazi, ed è questo il secondo punto da tenere in mente: "Questa nuova serie di edifici, posta di fronte alla fabbrica, sta a testimoniare, con la diligente efficienza dei suoi molteplici strumenti di azione culturale e sociale, che l'uomo che vive la lunga giornata nell'officina non sigilla la sua umanità nella tuta da lavoro". E spiegatelo agli imprenditori del XXI secolo.

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Andando verso il centro storico, l'asilo per i bambini dell'Olivetti, adesso in ristrutturazione, e alcune delle abitazioni per i dipendenti (gli edifici per i dipendenti, sparsi nei dintorni, meriterebbero un ulteriore viaggio a Ivrea e lo farò!): Barbara, la nostra brillante guida, ci ha mostrato la successione non casuale. Usciti di casa, i dipendenti Olivetti lasciavano i loro bambini all'asilo, poi raggiungevano i servizi sociali, per eventuali appuntamenti per la loro salute, e infine la fabbrica, senza disperdersi nel territorio, con inutili complicazioni nella gestione del tempo. Tutto pensato per il servizio e il benessere del cittadino. Ivrea e gli Olivetti sanno ancora stupire nel XXI secolo e rimane senza risposta la domanda su cosa sarebbe stato del Canavese e dello stesso capitalismo italiano, se il 1960 non si fosse portato via, a soli 60 anni, Adriano, il più visionario degli imprenditori italiani del Novecento, il primo a produrre un computer, non dimentichiamolo mai. E questo è il terzo punto che lascia alla riflessione lo splendido Museo a cielo aperto che è la Olivetti oggi.

Lasciata questa meraviglia dell'umanità, si arriva nel centro storico di Ivrea attraversando il Borghetto, che è un dedalo di viuzze di sapore medievale e sede dei Tuchini, una delle squadre di aranceri più temute durante il Carnevale; il Borghetto era l'antico ghetto ebraico, gli ebrei eporediesi arrivavano in larga parte dalla Croazia e per assonanza di nomi nel dialetto locale, divennero ben presto i corvi, nome che è poi passato ai Tuchini nel Carnevale. E quando si tratta di Ivrea, si voglia o meno, si finisce sempre a parlare del suo coloratissimo Carnevale, con le sue storie medievali di ius primae noctis, belle mugnaie ribelli e battaglie delle arance, che simboleggiano la libertà contro i soprusi dei signorotti. Simboli delle diverse squadre si ritrovano passeggiando nella città, mentre il cocchio dorato della Bella Mugnaia è custodito nell'atrio di Palazzo di Città, il Municipio di Ivrea, che domina una delle belle piazze della parte alta.

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Si sale ancora per arrivare al Castello e alla Cattedrale e lungo il tragitto edifici medievali in pietra, dalla forma vagamente circolare ricordano di essere stati costruiti intorno all'antico Teatro romano ormai scomparso. Le città millenarie conservano anche sorprese come questa, oltre a scorci di grande bellezza. Quando si arriva al Castello (la salita è una piacevole passeggiata, niente affatto faticosa) è subito wow: sembra un castello delle favole, con le sue torri merlate e le sue bifore; il suo lunghissimo passato potrebbe raccontare cose straordinarie, dal Conte Verde alle Madame Reali, ma purtroppo l'edificio è in larga parte distrutto (da alcune bifore si vede il cielo aperto); le sue torri merlate, però, conservano una maestosità che chissà non possa essere usata in qualche modo. Dalla piazza del Castello, una terrazza permette una bella visione del paesaggio: Ivrea, che scende dolcemente verso la pianura e, quasi a chiudere l'orizzonte, in lontananza, la collina di Torino.

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E poi è tempo di pranzo e noi abbiamo pranzato nel ristorante La Mugnaia, che sintetizza le due Ivrea, quella medievale e quella d'avanguardia, in una cucina fortemente legata al territorio e rivisitata con spirito appassionato e visionario. Com'è Ivrea, in fondo.


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