La Manica della Fondazione Collegio Universitario Einaudi, colorato e accogliente

Un edificio degli anni '50, in corso Lione, trasformato in La Manica, un collegio universitario da 41 posti, a pochi passi dal Politecnico e a poca distanza dalle fermate dei bus che conducono verso le diversi sedi universitarie sparse in città. È la bella operazione appena completata dalla Fondazione Collegio Universitario Einaudi, che, spiega nel comunicato stampa, "è impegnata nel rinnovamento di tutte e cinque le proprie residenze e nel recupero di immobili di proprietà fino ad oggi adibiti ad altri usi, con l'obiettivo da una parte di adeguarle a esigenze e standard della vita contemporanea, dall'altra di ampliare il numero di posti di studio e contribuire così all'aumento di questo tipo di offerta da parte del Sistema Universitario Torinese". La ristrutturazione de La Manica è piuttosto interessante perché garantisce ai 41 studenti non solo spazi privati dotati di tutti i comfort, manche ampi luoghi di socializzazione. Realizzata su progetto di DAR

Il Valdese di Torino, un ospedale in crowdfunding?

E' un progetto che, giura la redazione torinese del quotidiano La Stampa, è da settimane nelle mani dell'Assessorato della Sanità, ma è arrivato all'attenzione dell'opinione pubblica solo da un paio di giorni, dopo l'ennesima manifestazione in via Silvio Pellico per salvare l'Ospedale Valdese.

La Tavola Valdese, i medici dell'Ospedale, alcune cooperative sociali e numerosi cittadini, impegnati contro la chiusura definitiva dell'ospedale, hanno preparato un progetto per comprare l'ospedale, attraverso l'azionariato popolare e il crowdfunding. Se l'iniziativa avesse successo, sarebbe la prima volta che il crowdfunding, un metodo di finanziamento diventato popolare soprattutto per i progetti culturali, viene utilizzato per salvare e rimettere in funzione un ospedale.

Per i piemontesi l'Ospedale Valdese di via Silvio Pellico, a San Salvario, è simbolo di tante cose. Dell'eccellenza della medicina e di un certo modo di intendere l'assistenza ai pazienti: Senologia, Ortopedia, Oftalmologia sono reparti diventati punto di riferimento per l'intera Regione. Del modo dissennato di intendere la Sanità da parte della classe politica, che non pianifica razionalmente l'assistenza ai pazienti, non difende le eccellenze raggiunte, non effettua i controlli sulle spese. Delle connivenze tra la politica e interessi 'altri' che non coincidono con quelli dei cittadini.

Alla chiusura del Valdese non si sono arrese soprattutto le pazienti di Senologia, che avevano trovato in questo reparto gli strumenti più moderni e l'assistenza più gentile per la lotta al tumore. Qualche numero su quello che era il Valdese prima della sua chiusura: ogni anno eseguiva 7.000 interventi chirurgici, seguiva 4500 malati oncologici, effettuava 800.000 prestazioni di laboratorio e 600 interventi per tumore al seno. Numeri che mostrano come l'ospedale godesse di buona vita e buona fama.

E le pazienti oncologiche, le prime vittime della chiusura, sono tra le attiviste più energiche per la riapertura dell'ospedale. Erano in prima linea anche un paio di giorni fa, quando si sono inventate una manifestazione intorno al Valdese, per abbracciarlo, affinché non si dimentichi di quale eccellenza Torino si è privata.

"Siamo pronte a ricomprarci l'ospedale" hanno detto ai cronisti de La Stampa. Ed è ancora il quotidiano torinese che racconta i dettagli del progetto: "Riaprire l’ospedale, svuotato e desolato dopo la chiusura, costerebbe tra i 4 e i 5 milioni di euro. La Regione dovrebbe metterci solo il milione e mezzo già a bilancio per la ristrutturazione avviata prima della chiusura. Il resto, lo metterebbero le cooperative sociali, la Tavola valdese, istituti finanziari del terzo settore e i cittadini, attraverso una campagna di donazioni e di crowdfunding da attivare anche attraverso una delle numerose piattaforme on line: sarebbe la prima volta al mondo che si vede una raccolta fondi di questo genere per un ospedale. In cambio, la Regione dovrebbe concedere la possibilità di lavorare in convenzione. Le attività oncologiche sarebbero in parte a carico del Servizio sanitario, in parte ad accesso privato (a costi sostenibili)".

A questo punto la domanda d'obbligo è: sono disposti i torinesi a comprarsi un ospedale e a essere primi al mondo a compiere un'operazione del genere?


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