TorineSÌ: Francesca Martinengo, si esce dalla zona comfort per fame di esperienze

Francesca Martinengo, nata a Pietrasanta (LU), 48 anni, laureata in Lettere Moderne, 
giornalista e ufficio stampa, presidente di #tuttegiuperterra onlus (foto Barbara Oggero)

Sì allo sviluppo, al futuro, agli orizzonti da scoprire; No allo sconosciuto, all'incertezza, alla novità. Se n'è parlato tanto in questi mesi e, guardando le piazze e ascoltando i discorsi, mi è venuto in mente un magico verso di Dante Alighieri, che ha definito l'Italia il Bel Paese dove il sì suona. Mi è sempre piaciuta l'idea di una terra allora divisa in tanti Stati, rivalità e avversioni e unificata dal suo monosillabo più ottimistico, agli albori del volgare. Così è nata l'idea di questa sezione TorineSÌ, per scoprire quando i torinesi dicono sì, uscendo dalle loro zone comfort, e quali forze ed energie trovano per accettare le sfide dei loro sì. Le domande sono uguali per tutti gli intervistati e grazie a tutti i torinesi, nati qui o arrivati per scelta, per le loro risposte.

- Pensa che sia più facile dire sì o no?
Secondo me dire sì è più facile, perché costa di più dire di no: penso soprattutto al lavoro, si tende a dire di sì perché è brutto dire di no e sbattere una porta in faccia. Ci sono sì che, in questo senso, sono anche un po' ipocriti, li dici per non scontentare, e alla fine ti stanchi di più, perché cerchi di dare una mano, trovare una soluzione. Non c'è mai il no netto, che sarebbe una bella cosa, anche se poi de facto tanti sì sono dei no.

- Il sì più folle, quello che ha detto senza pensarci, e quello più faticoso?
Non penso di aver mai detto un sì senza pensarci, forse perché ho un istinto di conservazione molto presente. Tutti i miei sì sono arrivati perché in fondo sapevo di potercela fare, magari non subito, ma sapevo di essere in grado di dirli, non ho memoria di cause impossibili che ho accettato. Il sì più faticoso... sono i sì che mi costano uno sforzo per la mia patologia, la paraparesi spastica genetica. Penso alle occasioni sociali, in cui avere un atteggiamento positivo: mi costano perché chiacchiero e sorrido e, allo stesso tempo, devo mantenere l'equilibrio, devo studiare i percorsi. Sono sì faticosi, ma, se voglio conciliare vita e lavoro e avere belle occasioni di rapporti sociali, è giusto dirli; certo, se non ci fossero tante barriere architettoniche, sarebbe tutto più semplice, per me e per altre persone.

- C'è un sì di cui si sente orgogliosa e uno che, ripensandoci, non direbbe? Quali sono?
Sono orgogliosa dei sì che riesco a dire vincendo piccole battaglie: le vacanze che riesco a fare, i posti che riesco a raggiungere. Mi costano fatica, come dicevo prima, ma alla fine sono molto orgogliosa di averli detti. Non vedo sì che oggi non direi, sono tutti mattoncini che mi sono serviti per costruirmi, anche se magari non sono stati quello che speravo.

- Ha mai identificato in cosa consista la sua zona comfort? Cosa ha implicato uscirne, le volte che l'ha fatto?
La mia zona comfort è sia il mio ufficio, quando me ne sto tranquilla a scrivere, sia casa mia. Ne esco tutti i giorni e ne sono felice. È una sfida continua con me stessa e mi ha aiutato tantissimo il nuoto: non avevo più acquaticità, la mia patologia porta a dimenticare gli schemi motori e mi ero quasi dimenticata di come si nuota, ma in acqua adesso faccio molte più cose di quando nuotavo da bambina. È una sfida che ho vinto e che mi ha dimostrato che posso fare tante cose. Quello che ti fa uscire dalla zona comfort, lo dico sempre, è la fame, fame di nuove esperienze, di viaggiare, di scoprire. Prima non avevo questa fame, adesso che le cose sono più difficili, sì, tanta. Se non ci provassi, mi sentirei sconfitta, invece torno a casa e mi dico, "anche questa è fatta!".

- Ci sono dei sì detti da Torino, durante la sua storia, di cui si sente orgoglioso e in cui si riconosce?
Sì, mi piace il passaggio che c'è stato negli anni '90, che ha portato poi alle Olimpiadi del 2006: avevo appena iniziato a lavorare a Turismo Torino quando è stato lanciato il Piano Strategico Internazionale e vedere come è tutto sbocciato, avendo partecipato al progetto, mi piace molto. Ancora oggi sono orgogliosa del fatto che se ce la fai a lavorare a Torino puoi lavorare ovunque: siamo parte di una società complicata, che richiede molta serietà, abbiamo una tempra speciale, possiamo lavorare ovunque, anche a Milano! Non so indicare un torinese che ci abbia provato e non abbia avuto successo nel mondo.


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