TorineSÌ: Luca Balbiano, i miei sì per hackerare il sistema del vino


Luca Balbiano, nato a Torino, 38 anni, laureato in Giurisprudenza,
vignaiolo e titolare di Cantine Balbiano


Sì allo sviluppo, al futuro, agli orizzonti da scoprire; No allo sconosciuto, all'incertezza, alla novità. Se n'è parlato tanto in questi mesi e, guardando le piazze e ascoltando i discorsi, mi è venuto in mente un magico verso di Dante Alighieri, che ha definito l'Italia il Bel Paese dove il sì suona. Mi è sempre piaciuta l'idea di una terra allora divisa in tanti Stati, rivalità e avversioni e unificata dal suo monosillabo più ottimistico, agli albori del volgare. Così è nata l'idea di questa sezione TorineSÌ, per scoprire quando i torinesi dicono sì, uscendo dalle loro zone comfort, e quali forze ed energie trovano per accettare le sfide dei loro sì. Le domande sono uguali per tutti gli intervistati e grazie a tutti i torinesi, nati qui o arrivati per scelta, per le loro risposte.

- Pensa che sia più facile dire sì o no?
Pensando al sì e al no in generale, è più facile dire di sì, non scontenti nessuno e ti liberi dei problemi. Nell'accezione scelta per TorineSÌ, in cui il sì è accettazione della sfida e il no è il rifiuto dello sconosciuto, è decisamente più facile dire di no, soprattutto in una fase d'emergenza come questa che stiamo vivendo: la tendenza è rimanere allineati e coperti, possibilmente rintanati, che è cosa doverosa, come sappiamo, ma c'è modo e modo. C'è chi resta rintanato per paura e c'è chi nel frattempo si prepara: è un tempo dilatato, da utilizzare perché, secondo me, nella tragedia che rappresenta, è anche una grande opportunità. Persone che hanno in genere poco tempo per se stessi, adesso non hanno scuse né alibi per fermarsi a pensare e a valutare. Poi ci sono le diverse sfumature dei sì da dire, dalla programmazione all'entusiasmo. Ci sono tanti sì possibili in questa fase e sarebbe un peccato, per chi può permetterseli, non dirli.

- Il sì più folle, quello che ha detto senza pensarci, e quello più faticoso?
Ho detto tanti sì folli, appartengono un po' al mio DNA! Dovendo sceglierne uno direi il progetto della Vigna di Villa della Regina: è stato lucida follia. È stato un sì per motivazioni poco razionali: obiettivamente la condizione di partenza era molto complessa, c'erano 99 buoni motivi per dire no, era una situazione di totale abbandono sul terreno, con un contesto istituzionale e burocratico complesso, pochissime chance di riuscita dell'operazione; non si trattava solo di impiantare una vigna, ma di farlo rispettando una storia e per avere un prodotto all'altezza del luogo, che è stato la vera incognita del nostro impegno.
Il sì più faticoso è al mio lavoro, quotidianamente. È un lavoro che richiede molti sacrifici: in vigna si lavora 7 giorni su 7, non c'è tempo libero, poco il tempo per la famiglia e per se stessi. Ed è anche un atto di fede, viviamo sotto un cielo che in 10 minuti può spazzare un anno di lavoro; siamo una piccola azienda familiare e quindi bisogna seguire tutto più o meno personalmente. Non è facile: magari gli amici organizzano un weekend insieme e tu non puoi andare perché viene qualcuno in cantina, c'è una fiera o una qualunque attività con persone che lavorano tutta la settimana e possono dedicarti solo il weekend. È un sì quotidiano che puoi dire solo per grande passione.

- C'è un sì di cui si sente orgoglioso e uno che, ripensandoci, non direbbe? Quali sono?
Sono orgoglioso del sì detto a questa vita: ho fatto il liceo classico e mi sono laureato in Giurisrpudenza, poi mi sono dedicato alla vigna. Mio padre mi ha lasciato libero nelle scelte, perché mi ha sempre sottolineato quanto bisogna amare questo lavoro per potergli dedicare la vita; ha voluto che studiassi secondo le mie inclinazioni, perché magari la mia strada poteva essere un'altra. Mi hanno lasciato vedere com'era il mondo per poi decidere liberamente cosa fare. È finita che mi sono laureato di sabato e il lunedì stavo scaricando le casse di Freisa. Un sì di cui sono orgoglioso per la passione, la convinzione e la libertà con cui l'ho detto, scegliendolo da ragazzo giorno per giorno e senza pentimento oggi, nonostante le fatiche e i sacrifici che comporta.
Sono in difficoltà a individuare il sì che oggi non direi. La mia forma mentis è molto razionale, quindi ci sono scelte che peso mille volte prima di decidere, magari in 10 minuti; inoltre sono uno che impara molto dai fallimenti e dalle delusioni, penso che addirittura servano di più dei successi, quindi tutti i sì mi servono.

- Ha mai identificato in cosa consista la sua zona comfort? Cosa ha implicato uscirne, le volte che l'ha fatto?
Mi muovo in un mondo che in certe dinamiche è ancora un po' ottocentesco, con una zona comfort da "abbiamo sempre fatto così", per cui quello che funzionava 30 anni fa deve funzionare adesso, ma ovviamente non è così. Sono dinamiche da cui ho sempre amato tirarmi fuori, un po' per la sfida, un po' perché, essendo la terza generazione, ho sempre sentito la responsabilità di fare un passo avanti rispetto a quello che ho ricevuto. Uscire dalla zona comfort è un'azione quotidiana per me, ho sempre cercato di capire come hackerare il sistema del vino, che viaggia con dinamiche molto consolidate, innestate su un pubblico cambiato. È come se prendessi Dante Alighieri e lo mettessi a parlare al bar.
Il punto nodale è che il modo di approcciarsi alle persone che amano il vino, da parte dei produttori e dei media, dovrà fare i conti con il cambio generazionale che il mondo ha avuto e che il vino non ha seguito. Trovare il modo di parlare di vino, che è emozione e sentimento, è una delle mie passioni: se non riesce a provocare emozione, è semplicemente una bevanda. Ed è anche una delle ragioni per cui è nato Stappatincasa, che ogni sera su Facebook alle ore 19 parla di vino con i produttori, durante la quarantena (per seguire i collegamenti, questo il link). È stato un modo per far mettere la faccia ai produttori davanti a una webcam, per parlare di vino direttamente al pubblico, uscendo dalla zona comfort.

- Ci sono dei sì detti da Torino, durante la sua storia, di cui si sente orgoglioso e in cui si riconosce?
Il primo pensiero è ovviamente la Torino olimpica: i Giochi sono una delle svolte torinesi più importanti che ho vissuto. Ma preferisco uscire un po' dallo schema per dirti che il sì che mi colpisce maggiormente è quello che Torino dice tutti i giorni. Noi torinesi, indipendentemente dalle dinamiche politiche e sociali, siamo persone che non mollano; manteniamo l'understatement sabaudo, ma c'è quest'incredibile resilienza che mostriamo continuamente. Anche in questo momento così difficile, vedo una capacità di reazione per superare la situazione, in modi non convenzionali, fantasiosi, fuori dagli schemi. Questo mi rende molto orgoglioso di essere torinese; mi ritrovo pensando a Villa della Regina: nonostante le mille ragioni per dire no, ho detto poi di sì e ho accettato la sfida che comportava e trovo che questo sia molto torinese.


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